Cause legali per morti da Covid: «Offesa all’eroismo dei medici»

Segnali di contagiosità meno preoccupanti, rispetto ai mesi scorsi, ma virus sempre in circolazione. Nuovi focolai nel Paese (fenomeno comunque previsto dai virologi), dunque, dati statistici dell’Istituto superiore di Sanità alla mano, quotidianamente aggiornati, curva epidemiologica nazionale ancora minacciosa. Soprattutto in prospettiva. L’andamento della pandemia da Covid-19 in Italia desta preoccupazioni per i prossimi mesi: dopo l’estate il virus tornerà ad avere incidenze ben maggiori di quelle attuali? Le strutture sanitarie predisposte disporranno di più consapevoli capacità di risposta alle situazioni di disagio? Quando sarà pronto il vaccino? 

Abbiamo posto queste e altre domande alla dottoressa Agnese Cremaschi, direttore generale del Poliambulatorio «Modoetia Srl», di Monza, giornalista scientifico, medico specialista e risk manager.

La risposta del nostro sistema sanitario alla pandemia è stata finora adeguata e soddisfacente?

Ritengo che il nostro sistema sanitario abbia affrontato e stia tuttora affrontando con criteri di prim’ordine l’attuale situazione d’emergenza. Si seguono puntualmente le direttive dell’Organizzazione mondiale della sanità e l’équipe di esperti, cui il nostro governo ha affidato il compito di gestire in modo razionale una risposta alla pandemia, ha dimostrato una competenza di indiscutibile efficacia scientifica. I segni del Covid-19, specialmente in Lombardia, sono stati profondi e indelebili, ma le risposte messe in campo, prima forse a tentoni, poi via via sempre più con maggiore organicità, sono state prese a modello da tutti gli altri Stati nel mondo.

«In situazioni di emergenza e di una pandemia sconosciuta, non si può imputare ai camici bianchi la responsabilità dei decessi»

La mascherina, il distanziamento sociale, il lavarsi le mani di frequente, lo stare a casa se si hanno sintomi: oltre a queste modalità di risposta al virus, la ricerca a che punto è? Come potrà tutelarci?

Bisogna dare atto che da parte di ognuno di noi, osservando scrupolosamente questo protocollo di precauzioni, si è dimostrato un grande senso civico e un sensibile rispetto per la salute propria e degli altri. E’ proprio da questo comportamento, tanto raccomandato dal sistema sanitario, che deriverà la maggiore o minore infettività del virus nei prossimi mesi. In tutto il mondo si stanno compiendo senza sosta ricerche e indagini scientifiche di altissimo livello per conoscere in dettaglio la struttura molecolare del virus, la cui natura è largamente sfuggente e ferocemente subdola, in funzione di cure adeguate eper la preparazione del vaccino. E’ una corsa che richiede il tempo necessario per valutarne l’effettiva efficacia. Sino a quel momento dobbiamo attenerci a queste attuali misure di prevenzione.

A lungo andare, però, l’adozione forzata di queste cautele sanitarie comporta per tanti di noi una sorta di stress e alienazione. Come trovare un equilibrio?

È vero che molte persone, alla lunga, reagiscono con riluttanza o superficialità nel dover sottostare a questi comportamenti di base, e manifestano quasi un rigetto a tali dispositivi di prevenzione. Ma sta al senso di responsabilità di ognuno di noi l’assumere comportamenti civili necessari e adeguati all’emergenza. Dobbiamo renderci conto che la nostra vita, da questa prospettiva, è radicalmente cambiata e che le esigenze di sopravvivenza hanno imposto un modus vivendi inaspettato, per certi versi spiacevole, alienante, ma indispensabile e vitale per la salute di tutti. Abbiamo affrontato la «fase uno», la «fase due», i lockdown, l’isolamento, il graduale ritorno alla vita sociale, tante situazioni di crisi, ancora in atto, dolorose e drammatiche, che esigono risposte chiare e tempestive da parte di chi ci governa. Ma, e parlo a nome di chi come me opera nel settore sanitario, il sistema medico paramedico, clinico e assistenziale, ha dimostrato di reggere con competenza e padronanza, nonostante alcune falle e cedimenti, ed è in grado ora di sostenere le successive ondate di contagio.

«La corsa al vaccino richiede il tempo necessario per valutarne l’effettiva efficacia
Sino a quel momento dobbiamo attenerci alle attuali misure di prevenzione sanitaria»

Ritiene, dunque, che queste seconde ondate ci saranno?

Il dibattito tra i virologi e gli scienziati, nel contesto dei comitati scientifici nazionali e internazionali, al di là delle inevitabili strumentalizzazioni che possono emergere dalle dichiarazioni di ciascuno, verte sul dato di fatto, scientificamente attestato, che il virus possa ripresentarsi nel prossimo autunno con maggiore violenza. La risposta sanitaria, tuttavia, almeno nel nostro Paese, non sarà più impreparata e incerta come all’inizio della pandemia. Medici, infermieri e personale sanitario saranno in grado di gestire in modo più adeguato e con una più pronta capacità d’intervento i casi di contagio, evitando che si riverifichino quei disagi, così tragici, che hanno caratterizzato i primi tempi.

Che cosa ha da dire sui tamponi e i test sierologici?

I tamponi sono utili per diagnosticare la presenza dell’infezione da Covid-19, cioè se il virus sia entrato o meno nell’organismo. Dapprima si è fatto ricorso ai tamponi naso-faringei, in un secondo momento si è proceduto anche ai test sierologici, con i quali si possono individuaregli antigeni o anticorpi volti all’eliminazione del virus. Grazie ai test sierologici si è scoperto che le persone infette hanno sviluppato immunoglobine in grado di proteggere l’organismo da una seconda invasione del virus. Questo importante risultato consente agli scienziati di rilevare l’immunità. Ma sorgono alcuni interrogativi: tali test sono davvero affidabili? Quanto dura quest’immunità? Può giovarsene l’intera popolazione? A fronte di queste perplessità ancora da chiarire, tuttavia, i test si rivelano utili per identificare gli eventuali anticorpi nel sangue necessari per debellare il virus, mentre con i tamponi si è localizzata o meno la presenza del virus.

Come stanno allora le cose in fatto di immunità da Coronavirus?

Chi è definito immune è il paziente guarito dall’infezione, il quale ha sviluppato una risposta immunitaria che non lo rende più fonte di contagio, e non rischia più nemmeno un’ulteriore infezione. Purtroppo la ricerca non sa definire con esattezza i tempi di quest’immunità. Intendo dire che, allo stato attuale degli studi, non si sa ancora se e quanto l’immunità sia duratura o se valga per sempre. Chi ha contratto il virus e ne è uscito, quindi ne è risultato immune, potrebbe di nuovo essere infettato nel caso di una nuova ondata. È imprescindibile, comunque, che a sottoporsi ai test, allo scopo di delimitare i contagi, siano in particolare gli operatori sanitari, come è già avvenuto in Lombardia.

«Un atteggiamento scandaloso, verso persone che hanno tentato di salvare vite umane senza neanche una strumentazione adeguata»

Come professionista nel settore del risk management, come giudica gli episodi di ‘sciacallaggio’ verificati malauguratamente nei procedimenti legali verso i medici che non hanno saputo evitare i decessi dei pazienti a causa del Covid-19?

Da anni svolgo questa attività su tutto il territorio nazionale e a livello internazionale: a mio parere si è trattato di un fenomeno davvero scandaloso, proditoriamente compiuto nei confronti di persone che, operando sul piano terapeutico in prima linea, hanno tentato di salvare vite umane, durante un’emergenza di proporzioni enormi e in condizioni di sicurezza precarie, senza nemmeno una strumentazione adeguata. L’operato dei medici sarebbe esposto al rischio di divenire obiettivo da colpire da parte di studi legali senza scrupoli, che persuadono le vittime e i loro famigliari a intentare cause per risarcimenti. Tale scorrettezza, con cui si tende a lucrare sulle morti da infezione Coronavirus, è stata stigmatizzata persino dall’ordine forense. In situazioni di emergenza e di una pandemia sconosciuta, non si può imputare ai camici bianchi la responsabilità dei decessi, dato che questa patologia presenta tuttora molte incognite e gli strumenti a disposizione, come anche i ricoveri assegnati, non danno certezze assolute e certificate. Assicurare il diritto alla salute significa anche che i medici devono svolgere il loro lavoro con serenità. E l’ordine nazionale dei medici ha provveduto a vigilare sulla tutela delle competenze sanitarie pure da queste nefaste derive pseudo-legali.

di Nicola DI MAURO