Il rapporto tra fede e psicologia. Un dibattito sempre aperto.

Il rapporto tra fede e psicologia. Un dibattito sempre aperto.

A colloquio con la Dottoressa Agnese Cremaschi, psicoterapeuta e medico specialista in biopsicodinamica.

Si è tenuto a Roma, l’anno scorso, in data 29 Novembre, un Convegno su “Spiritualità, fede, benessere, salute e buona qualità della vita” presso la Sala Convegni dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum in Via degli Aldobrandeschi 190. Organizzato da vari enti e associazioni medico-sanitarie, academiche e religiose, con la collaborazione del Pontificio Consiglio della Cultura, nella persona del Sottosegretario Mons. Melchor José Sánchez de Toca y Alameda, e di Alberto Carrera,  Direttore del gruppo di Neurobioetica dello stesso Ateneo Pontificio, la giornata di studi verteva sul rapporto tra salute e spiritualità, ponendo anche a confronto i contributi della fede e della psicologia «in termini di  benessere, salute e qualità di vita». Un argomento che si presenta sempre attuale, soprattutto in relazione all’esperienza della pandemia ancora non conclusa, e a tutt’oggi coinvolge studiosi, teologi, religiosi, medici e psicoterapeuti. Alla Dottoressa Agnese Cremaschi, psicoterapeuta e medico specialista in biopsicodinamica, operatrice presso strutture sanitarie in Lombardia e in Veneto, ma anche nel resto d’Italia e all’estero, con una lunga esperienza professionale come missionaria laica e medico nei Paesi del Sud  del mondo, abbiamo chiesto d’illustrare quanto e come la «dimensione spirituale» possa diventare un elemento di considerazione e valutazione nella relazione terapeutica, come anche emerso nel Convegno tenuto lo scorso novembre a Roma. 

Dottoressa Cremaschi, in base alla sua esperienza professionale, ritiene che il ruolo della fede, o della spiritualità, possano essere determinanti o assumere un ruolo anche centrale nel recare effetti benefici sulla salute psicologica dei suoi pazienti?

«Certamente la prospettiva metafisica ha evidenziato, secondo i più recenti studi scientifici, una ripercussione positiva in ambito medico e psicologico rispetto al raggiungimento di obiettivi terapeutici, quali il perseguimento di uno stato di benessere psico-fisico e di una migliore qualità della vita. Il supporto della fede, in un percorso di guarigione psichica, non può che giovare al paziente credente».

Come nel Convegno di Roma dello scorso novembre si era detto a mo’ di slogan: “Psicologia e Fede: due volti della stessa medaglia”. Quindi Lei ritiene che il binomio fede-psicologia costituisca un approccio terapeutico sempre valido ed efficace?

«Antonino Zichichi, scienziato e uomo di fede, usa dire che scienza e fede vanno di pari passo. L’una comprova l’altra e viceversa.  Anche in psicoanalisi, a mio parere, vale questo asserto. A tutto vantaggio del paziente, in vista di una sua guarigione o nel raggiungimento di un suo adeguato grado di benessere psicofisico».

In che modo, allora, si collocherebbe il ruolo della fede in psicologia?

«Questa è una domanda che molti psicoterapeuti si sono posti e si pongono ancora oggi: quanto sia determinante o meno l’importanza della fede nella vita di un paziente credente in Dio, in Buddha o in Allah e così via, che, però, stia vivendo una crisi a livello psicologico. Chi soffre d’ansia, o di depressione, o di crisi di panico, o di altre forme di disagio psicologico, riscopre nella dimensione spirituale una migliore capacità reattiva, come è stato dimostrato in sede di trattamento psicoterapeutico, e la letteratura medica  in proposito cita tantissimi casi».

Nei disturbi dell’umore, nella depressione, nel disagio psichico s’incrina la voglia di vivere, si perde la gioia, e pure chi ha fede può soffrire quel tipo di disagio. Perché, dunque, la fede potrebbe risultare di giovamento anche sul piano terapeutico?   

«Mi viene in mente ciò che sostenevano Jung e Lowen, i quali interpretavano la fede come “un movimento interiore attivo verso la vita”. Il mondo interiore del paziente credente, il suo ego, il suo sé, la sua coscienza e anche il suo subconscio instaurano con il trascendente un rapporto dinamico positivo, volto a ripensare in modo critico e obiettivo il proprio disagio da una prospettiva ontologica, che varca i confini dell’umano, va oltre, grazie alla fede, fornendo al paziente strumenti altri che recano in sé una motivazione per riprendersi, una ragione di speranza, un valore aggiunto, un più deciso slancio vitale, una volontà inaspettata di reazione».

Chi perde la fede può cadere in depressione o vivere quest’esperienza in modo traumatico come un disagio; oppure un certo modo, forse anomalo, di vivere la fede o la religione può comportare stress o nevrosi. In questi casi come opererebbe lo psicoterapeuta?

«Lo psicoterapeuta ha una funzione: quella di sostenere sul piano esistenziale e psicologico il paziente.  La fede attiene al campo spirituale, e non compete al medico aiutare il paziente a recuperare ciò che avrebbe rigettato o lo porrebbe in conflitto sul piano spirituale. Questo spetta esclusivamente al sacerdote. Ma lo psicoterapeuta può sicuramente aiutarlo, accompagnarlo, indirizzarlo a capire le ragioni profonde di quel rigetto o motivo di nevrosi, e a rivedere il suo trascorso di crisi, con l’obiettivo di ristabilire quell’equilibrio psico-fisico venuto a scemare o mancare».

Se fede e psicologia sono complementari e non si contrappongono sul piano terapeutico, che cosa hanno in comune? 

«L’aspetto psicologico di una persona non si scinderebbe da quello spirituale o religioso che può coinvolgerla, se quest’ultimo può fungere da supporto terapeutico, se inclinato a contribuire al miglioramento della salute psicofisica a cui la terapia psicanalitica tenderebbe. Il mondo interiore di un paziente, come abbiamo visto, può anche riguardare la sua sfera o esperienza religiosa. Il disagio psicologico del paziente, se alla luce della fede può essere letto e vissuto da un punto di vista spirituale, viene colto, analizzato e sviscerato, invece, dal punto di vista medico-psicoterapeutico, in modo che la sfera emotiva e l’area mentale del paziente trovino una chiave di lettura che lo porti a liberarsi dal malessere interiore, a chiarirselo e superarlo dentro di sé».

Non sono così inconciliabili, in definitiva, fede e psicologia?

«Teniamo presente che è dalla seconda metà dell’Ottocento che la psicologia è stata riconosciuta alla stregua di una disciplina scientifica, basata su rigorosi studi, metodi e fondamenti d’indagine della psiche umana. Ciò non toglie affatto che la vita interiore di una persona, quando attiene a un discorso spirituale o a una sensibilità religiosa, sia da escludere a priori o risulti compromissoria rispetto all’andamento o esito di una terapia.  La psiche umana può riguardare anche il sentimento religioso.  E dunque lo psicoterapeuta non può non tenerne conto nell’accompagnare il paziente affetto da un disagio psicologico nel corso di un trattamento. Non credo che si possa perciò parlare d’inconciliabilità tra fede e psicologia, quando l’esperienza e la sensibilità religiose e il rapporto con il trascendente ricercano la stessa cosa che ha a cuore la psicologia, cioè il benessere psico-fisico del paziente».

Anche Papa Francesco ha confessato una volta, durante un’intervista, che era andato in analisi, che era ricorso a uno psicologo…

Questa confidenza da parte del Pontefice m’induce a fare un’altra riflessione. Intanto conferma quanto si accennava prima, cioè che il rapporto tra psicanalisi e sensibilità religiosa implica una netta distinzione tra ciò che riguarda un bisogno della sfera psichica, trovandosi nella necessità di un ritorno a uno stato di un migliore benessere psico-fisico, e il bisogno che concerne un’altra dimensione interiore, quella spirituale o religiosa, e che si manifesta nel rapporto con il trascendente, e riguardante direttamente non la psiche, se pur in qualche modo coinvolta, ma la propria anima. Inoltre, occorre precisare di nuovo che ciò che compete a uno psicologo è ben diverso da ciò che compete a un sacerdote. L’uno si occupa della salute psico-fisica, l’altro della salute spirituale, della salute dell’anima. È utile saper contraddistinguere i due ruoli, in quanto ci si occupa di due aspetti diversi, anche se entrambi albergano nel mondo interiore umano: il rapporto con il trascendente, in cui è il sacerdote a fare da guida, e il rapporto con se stessi, da un punto di vista clinico o del benessere psico-fisico, in cui è lo psicoterapeuta a intervenire con le sue competenze scientifiche».

Nicola Di Mauro

Dott.ssa Agnese Cremaschi

Operation Manager with Data4NHS, Journalist for PJ Magazine to health and wellness, Freelance Entrepreneur, Medical Director - Blue Medical Center, Director of Health Services.