Remo Valitutto: «Tradire è anche un modo per conoscere meglio se stessi e per esplorare le proprie derive emotive.»

Remo Valitutto - Intervista allo scrittore della scandalosa “La viziatrice” - PJ magazine

Il tuo romanzo, edito in versione e-book da Eroscultura, ha un titolo davvero singolare, “La viziatrice”…

Devo dire che è nato prima il titolo del romanzo stesso. È una parola pervasa dalla giusta carica evocativa, sensuale. Erotica. È un termine che amo perché non dà alcuna connotazione negativa alla protagonista e al suo abbandonarsi costante al piacere.

Nel tuo libro racconti, appunto, le avventure erotiche di questa donna sposata, la signora Barbara…

Più che avventure erotiche, quelli della viziatrice sono agguati, veri e propri assalti da predatrice che vuole condurre i suoi prescelti, peraltro giovanissimi, nel vizio della lussuria. La signora Barbara vuole diventare la loro guida, la loro maestra, colei che insegnerà loro i piaceri più autentici della carne.

Spesso il linguaggio che utilizzi è duro, sporco, penso alla scena tra la signora Barbara e il giovane idraulico…

Volevo essere onesto e ruvido, due caratteristiche che valuto fondamentali per uno scrittore che decide di raccontare l’eros. Mi sono lasciato andare nella scrittura, non mi sono posto alcun freno. Tutti i termini ‘sconci’ che ho adoperato, però, sono stati dettati unicamente da esigenze narrative.

Nella seconda parte del romanzo cambi decisamente registro…

A un certo punto della storia, volevo attribuire una vocazione più intima ai personaggi. Così mi sono chiesto: cosa si nasconde dietro questa donna così vogliosa e spregiudicata? Davvero Giacomo è tanto ingenuo da non accorgersi dei tradimenti della moglie? Ci si può amare, pur non restandosi fedeli? Percepiamo appieno il modo di vivere la sessualità dei nostri genitori?

Tutte queste domande spinose mi hanno guidato nella scrittura degli ultimi capitoli che sono una sorta di viaggio, non convenzionale, nell’amore. Infatti, Giacomo e Barbara, nonostante le rispettive manchevolezze, si amano molto.

Sembra, però, che per Barbara e Giacomo la fedeltà non sia un valore assoluto all’interno della vita di coppia?

Ma ha senso parlare di ‘fedeltà’ in una società estetizzante come la nostra? Ogni giorno siamo esposti a tentazioni che, spesso, cogliamo e ciò genera rotture sentimentali anche importanti. Giacomo e Barbara, invece, sono meno asserviti a un concetto di “fedeltà corporea” e maggiormente legati a un concetto di “autenticità” del tempo che dedicano l’uno all’altra.

Tradire è, in fondo, anche un modo per conoscere meglio se stessi e per esplorare le proprio derive emotive. Esistono coppie che non si tradiscono per paura, ma rimangono per sempre ossessionate per quelle occasioni mancate. E quest’ossessione, non di rado, inficia in modo radicale sulla qualità del tempo che trascorrono insieme.

Dunque, il tuo libro è un invito generalizzato al tradimento di massa?

Per  niente. È un invito a considerare il corpo della persona che amiamo non come un oggetto che ci appartiene. Quindi, dovremmo concedere alla nostra dolce metà la libertà di poterci tradire, qualora ciò sia connaturato nella sua indole.

Perché spendere del tempo a voler cambiare le persone e non imparare ad amarle per ciò che sono davvero? Una rivoluzione culturale sui ruoli di genere all’interno della coppia che eviterebbe fastidiosi pregiudizi nei confronti delle donne più libertine e ridurrebbe i femminicidi. Del resto, i femminicidi, sono generati proprio dalla paura, dall’ossessione malata e malsana, del maschio di perdere il possesso e il controllo su quel determinato corpo femminile.

Un romanzo scritto in maniera semplice, ma ricco di sfumature…

Pieno di derive e significati emotivi, direi. I sentimenti primordiali come l’eros, la violenza, l’istinto alla sopravvivenza, mettono a nudo le vere qualità degli esseri umani. In condizioni di agiatezza e stasi emotiva, siamo tutti perfettamente ipocriti nell’agire e nella parola. Di conseguenza, scrivere di ciò che implica caos può generare riflessioni interessanti. Audaci.

Lo stile è volutamente semplice, facile da leggere, perché non volevo che interferisse sulla forza dirompente della materia trattata. Troppi orpelli e giri di parole testimoniano, talvolta, una povertà di base nel contenuto dei testi.

Cosa vorresti che arrivasse a chi, in questo momento, sta leggendo “La viziatrice”?

L’entusiasmo e la vitalità con cui in questi cinque anni ho elaborato e riscritto questa storia; l’intento con cui l’ho inseguita, quello di non voler mai giudicare in maniera negativa la signora Barbara e il suo vizio; la sfida nella ricerca di uno stile semplice, ma originale, per cui l’esigenza di optare per una narrazione intermittente, a più voci. La professionalità con cui io, il mio editore, Daniele Aiolfi, e le sue amiche collaboratrici e lettrici, abbiamo curato ogni dettaglio di questo romanzo, dando il massimo di noi stessi. Ma soprattutto mi piacerebbe che si istillasse nell’animo del lettore, più emotivamente reticente, l’idea ancora, purtroppo, non scontata che la bellezza di due corpi che si arrendono reciprocamente all’eros, senza distinzione di classe sociale, età, colore di pelle, genere, è qualcosa di poeticamente rivoluzionario.

Progetti per il futuro…

Sto lavorando a due romanzi. Uno è un thriller estetico, l’altro, Purificazione, è un viaggio corrosivo nella contemporaneità: social network, immigrati, Borse, banche, Islam, denaro digitale, umani robotizzati. Per il momento sono tanti fogli scritti in maniera caotica a cui spero di dare presto un ordine narrativo.

PJ magazine

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