I profughi del clima. Una sfida del XXI secolo.

«Nonostante l’indifferenza delle classi dirigenti e delle opinioni pubbliche, il XXI secolo sarà il secolo dei migranti ambientali».

Lo dichiara Francesca Santolini, giornalista del quotidiano “La Stampa” e della Rai, esperta di problematiche ambientali, nel suo libro, uscito di recente “Profughi del clima. Chi sono, da dove vengono, dove andranno” (Casa Editrice Rubbettino, Collana “Problemi aperti”, pp. 102, €12,00).

In questa sua pubblicazione tutta l’attenzione è rivolta a una  ben distinta categoria di migranti, definiti in vario modo: «migranti climatici», «rifugiati ambientali», «eco profughi», «indignados», ma della cui identità ed esistenza pare che il mondo non ne abbia ancora preso piena consapevolezza

Eppure i cambiamenti climatici, ormai all’ordine del giorno in questi ultimi tempi, rappresentano un problema di dimensioni globali e scaturisce proprio da essi l’incrementarsi sempre più esteso del numero delle persone costrette a fuggire da terre e regioni diventate inabitabili per poter sopravvivere, trasferendosi altrove. I dati sui fenomeni delle alterazioni meteorologiche e sui conseguenti spostamenti migratori «restano da allarme rosso, come ci confermano gli allarmi che non provengono più soltanto da ecologisti e naturalisti, biologi e fisici, climatologi e meteorologi ma ormai anche da economisti e broker di Wall Street».

Tali considerazioni sono confermate, infatti, dalla stessa Banca Mondiale, secondo «gli effetti del cambiamento climatico in atto nelle tre regioni più densamente popolate del mondo metteranno in moto, entro il 2050, 143 milioni  di migranti del clima come conseguenza di alluvioni, siccità, fame, carestie, epidemie, devastazioni di intere aree urbane per eventi meteo estremi che porteranno a incrementi mai registrati delle migrazioni forzate». L’autrice intende spiegare al lettore, in queste sue pagine, così dense e impregnate di informazioni, notizie, dati analitici documentati di un’attualità sconcertante, tutto il senso del dramma che stanno vivendo tantissime regioni del pianeta e una grandissima parte dell’umanità.

Ma di cui i politici della Terra sembrano ancora non recepire la gravità della situazione. Occorre, dunque, a parere della giornalista, che a intervenire con priorità assoluta siano gli scienziati, i quali potranno fornire all’opinione pubblica, a tutti i governi, agli Stati coinvolti e agli organismi internazionali gli strumenti necessari atti a trovare soluzioni di lungo periodo, che non si limitino, però, solo a gestire o limitare i flussi migratori, ma a definire progetti di ricrescita sociale ed economica, guardando con più attenzione alle criticità e ai disastri provocati dai mutamenti climatici. 

Francesca Santolini esamina a fondo, con una puntuale indagine geopolitica, i problemi ambientali e le sue dirette conseguenze tra le popolazioni, vittime di inondazioni, del caldo eccessivo, delle desertificazioni, della mancanza di acqua e di tanti altri sconvolgimenti ambientali visibili un po’ ovunque sul pianeta.

L’argomento trattato è posto in modo che un senso di inquietudine assalga il lettore, perché fa riflettere sulle realtà, ancora non oggetto di politiche adeguate, dei «migranti climatici», per i quali, del resto, non esiste ancora una definizione giuridica, che consenta loro di essere tutelati dal diritto internazionale.

Questa categoria di persone, che fuggono da realtà ambientali molto critiche, non ha tuttora ricevuto da parte della comunità internazionale la considerazione che merita. Sono persone costrette a fuggire dalla loro terra d’origine non per ragioni economiche dovute a conflitti armati, persecuzioni, discriminazioni razziali, religiose o politiche, ma a causa di estreme difficoltà di sopravvivenza, derivate da alterazioni ambientali e climatiche gravissime. «Secondo uno studio recente del Cnr l’80% di questi flussi migratori hanno come traino il fattore climatico, ovvero sono migranti climatici» ribadisce la Santolini. La sua indagine parte dai  danni irreversibili causati dall’uomo all’ambiente, che hanno come conseguenza inevitabile le migrazioni forzate di tantissime persone. 

Queste circolazioni di masse umane, che sono sotto gli occhi di tutti, e attirano i riflettori dei media, sono giunti a proporzioni tali da indurre i Paesi di destinazione a prendere misure ancora insufficienti e non idonee, rispecchianti la miopia delle politiche locali, nazionali e internazionali, volte a tentare di frenare i flussi migratori, invece che di coglierne gli aspetti drammatici e risolvere il problema delle migrazioni con piani d’intervento, più rispondenti all’urgenza di collaudare risposte maggiormente appropriate nell’impattare, con seri criteri scientifici, i  fenomeni climatici e le alterazioni ambientali. L’Italia, posta al centro del Mediterraneo, è uno dei primi Paesi coinvolti nell’affrontare sia i problemi ambientali (ne sono un esempio l’acqua alta di Venezia, i nubifragi e le inondazioni in Piemonte e in Liguria, le frane a Matera e altrove), sia le migrazioni di popoli provenienti soprattutto dall’Africa e da altre zone del pianeta, martoriate dagli sconvolgimenti dell’ecosistema, che raggiungono le nostre coste dopo essere state vittime di soprusi e violenze di ogni genere da parte dei trafficanti di uomini. «Milioni di persone sono costrette all’esodo da catastrofi ambientali come alluvioni, siccità, desertificazione, tutti fenomeni aggravati, se non direttamente provocati, dal riscaldamento globale in corso», ma questa realtà odierna, dalle proporzioni ormai inaudite, è ancora «completamente assente dal dibattito pubblico». 

Dalle isole della Guinea all’America meridionale, dal Bangladesh alla Cina, dall’Australia all’Alaska e in gran parte dell’Africa l’emergenza determinata dal clima impazzito e da un ambiente danneggiato fino all’inverosimile vede come vittime principali più colpite i «migranti del clima». Se non si risolverà questa questione con provvedimenti urgenti e di impatto globale è a rischio la stessa sicurezza del pianeta. Le guerre e i conflitti armati, per esempio, per il sabotaggio e il dominio dell’acqua sono ormai un dato attuale allarmante, che nel XXI secolo potrà estendersi e aggravarsi con più preoccupante intensità.

Afferma l’autrice che «ancora oggi 276 fiumi e 156 laghi sono oggetto di conflitto tra due o più Paesi». A causa dei mutamenti climatici tutti i Paesi del mondo sono diventati «vulnerabili», allora «che fare?». 

È la domanda ricorrente posta in questo libro dalla giornalista. Spetta agli scienziati e agli organismi politici nazionali e internazionali il compito di assumersi la responsabilità di dare al più presto una risposta.